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Comune
di Rometta
100 anni fa il terremoto che distrusse Messina e causò vittime e danni anche a Rometta.
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In occasione del centenario del Terremoto del 1908, a cura del personale dell’Archivio Storico verrà aperta a giorni,negli stessi locali dell’Archivio, una Mostra fotografica con foto d’epoca.
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Il 28 dicembre 1908 alle ore 5,21 del mattino un sisma di grandissime dimensioni (undicesimo grado della Scala Mercalli e 7,1° della scala Richter), colpì le coste calabro-sicule dello stretto e distrusse le città di Messina e di Reggio portando distruzione e lutti in molti centri abitati dell’entroterra delle due città. Queste cambiarono profondamente e anche oggi si notano i segni della catastrofe che devastò la vita dei nostri antenati. A Messina ci furono circa 80.000 morti e circa 15.000 a Reggio. Il terremoto di Messina e di Reggio venne avvertito in quasi tutta la Sicilia, tranne le zone estreme ad ovest, e creò scompiglio e paura. Si narra che il giorno precedente alla sciagura fosse stato molto tranquillo, per le strade si respirava un clima di festa e nulla lasciava intuire cosa sarebbe accaduto a breve. A Messina si era trascorsa una serata tranquilla: si festeggiava la festa di Santa Barbara, mentre al Teatro si dava la prima dell'Aida.
La Chiesa Madre con i resti della torre campanaria in una foto d’epoca. A Rometta, secondo i ricordi dei più anziani, si contarono 6 morti (2 a S.Domenica, uno a Conduri, uno a Gimello e due a Rometta). Il sisma colpì gli edifici antichi, già scampati ai tremendi terremoti del 1693 e del 1783: il campanile crollò per la seconda volta dopo il 1693, la Chiesa Madre fu ferita nella parte più antica con il crollo parziale del tetto ligneo delle navate mentre il transetto, ricostruito interamente dopo il terremoto del 1693 resistette e cedettero solo alcuni marmi di copertura (le fratture sono ancora oggi visibili sulle arcate dell’altare), scomparve definitivamente l’antico Monastero benedettino dell’Annunziata con la sua grande Chiesa ad un’unica navata (era la Chiesa più grande di Rometta che superava in ampiezza la stessa chiesa madre), alcune abitazioni civili furono danneggiate soprattutto quelli dell’attuale via Natoli. La gran parte delle chiese più antiche scomparvero e non verranno più ricostruite, quali la Chiesa della S.Trinità, la Chiesa di S.Antonino da Padova e la medievale chiesetta di S.Caterina d’Alessandria, già diroccata dal terremoto del 1783, viene definitivamente abbandonata. Solo la solida Chiesa Bizantina riuscì a superare indenne anche questo ennesimo terribile terremoto.
I resti della torre campanaria in una rara fotografia d’epoca.
Ma ecco il racconto di uno dei messinesi sopravvissuti al terremoto: "Vivevo in alcune stanze ammobiliate, al quarto piano. Quella mattina fatale fui svegliato da una scossa terribile, volevo scendere dal letto, ma fui scaraventato a terra, tra bottiglie, sedie, tavoli e armadi che volavano da ogni parte. Raccolsi qualcosa e mi infilai un vestito, accesi un fiammifero e aprii la porta per cercare di salvarmi, ma mi dovetti fermare, perché non vedevo più nulla, avvolto in una nuvola soffocante di polvere. Mi fermai, anche se il terremoto continuava con un rumore sordo. Iniziavano a cedere i muri divisori, quindi divenne necessario scappare nel corridoio. Gli inquilini dei diversi piani comunicarono che la scala era ancora intera, e prendendo il coraggio a due mani, iniziammo a scendere. Uscimmo nel cortile. Aprendo il portone ci scontrammo con una massa di macerie, attraverso le quali riuscimmo a passare con difficoltà. Solo allora comprendemmo la serietà di ciò che stava accadendo. Iniziavano ad andare in rovina interi palazzi. Io fui ferito ad una spalla da un frammento. Imperava una piena oscurità, e da tutte le parti giungevano grida di aiuto, urla e lamenti dei moribondi, dei feriti e di chi era impazzito dal terrore. Io ed altre persone cercammo di procedere oltre, ma risultò impossibile e ci riunimmo in una stalla che si trovava di fronte all'edificio nel quale vivevamo. Fin quando non sorse il sole vivemmo momenti terribili. Era angosciante ascoltare le invocazioni di aiuto e non poter fare nulla. Appena iniziò ad albeggiare decidemmo di andare a piazza del Municipio e, aggirando gli ostacoli delle macerie, dei fili del telefono e del telegrafo, che da ogni parte ci tagliavano la strada, lentamente penetrammo attraverso le nuvole soffocanti, pregne di polvere. Di tanto in tanto, lungo il cammino, con un gran fracasso, crollavano gli edifici. Era impossibile per noi aiutare i sopravvissuti rimasti sui balconi, appesi agli infissi o ai cornicioni, in quanto non avevamo le scale e, principalmente, la forza. Procedevamo in questo modo, tra il terrore e la disperazione. Contro le nostre aspettative, in piazza non trovammo che poche persone. La piazza era invasa dall'acqua, a causa della rottura in più punti dei tubi delle condutture. Ci avvicinammo allo splendido palazzo del Municipio; la stupenda scalinata in marmo si presentava come un cumulo di rovine e di polvere. Il palazzo dei pompieri, di fronte, era completamente distrutto e ingombro di macerie. Cercammo di andare verso Corso Garibaldi, ma la strada in quella direzione era del tutto ingombra. Col far del giorno la piazza iniziava a riempirsi sempre più di gente, e ognuno raccontava nuovi fatti terribili. Le case intorno continuavano a crollare ed a sfasciarsi. Da una di queste giungevano grida di aiuto: un uomo e una donna stavano davanti a una porta, al terzo piano,senza riuscire a oltrepassarla, e noi vedemmo come caddero insieme con la casa. Andammo in Via Marina, e anche lì non vi erano molte persone, ma già dall'incrociatore 'Piemonte' giungevano barche con marinai e si iniziavano a raccogliere i feriti. Tutto il porto era coperto dai resti della stupenda Palazzata, che lo cingeva.
La Palazzata di fronte al porto distrutta Lungo la strada raccogliemmo una giovane donna, nuda e morente. Ci presero a bordo. Il comandante dell'incrociatore ordinò ad una nave mercantile di raccogliere i feriti e trasportarli a Villa San Giovanni. La nave riuscì a muoversi con grande difficoltà in quanto tutto lo Stretto era pieno di barili di olio, cassette di arance e datteri, piccoli vascelli, barche di pescatori rovesciate, pezzi di legno. Dall'incrociatore vedemmo crollare la cattedrale e ardere lingue di fuoco in diversi posti della città. Alcuni dicevamo che bruciavano i depositi di kerosene, altri che era esploso il gasometro.
Dopo la scossa arriva il maremoto Coloro che abitavano nella Palazzata, una monumentale cinta di edifici che costeggiava per un chilometro e mezzo la Marina, o che dimoravano nelle case che davano sul mare, corsero negli spazi liberi, e senza pericolo di crolli, vicino alle banchine. Si ritenevano, così, al sicuro. Ma ignoravano che lì si annidava un pericolo ancora maggiore, e forse più spietato. Ben presto il mare si ritirò di diversi metri, e subito dopo ondate spaventosamente alte si abbatterono sulle due coste, travolgendo tutto. A Messina scavalcarono il molo, su cui si ergeva una fortezza, trascinarono e sbatterono contro gli edifici barche e battelli di notevoli dimensioni, si avventarono contro le centinaia di poveretti, alcuni feriti gravemente, che si trovavano nei pressi della riva. E trascinarono poi tutto con sè, in mare aperto: tronchi, massi, cadaveri, persone vive, barili, relitti di imbarcazioni, travi, carretti, animali. Le onde erano alte parecchi metri, forse più di quattro, ed erano di una violenza inaudita. Nessuno poteva resistere loro. L'acqua del mare in rivolta si aprì un varco fra le strade che si addentravano in città, proseguì mugghiando all'interno. Attraversò i varchi monumentali che si trovavano ogni tanto nel cordone della Palazzata, risalì per buon tratto i letti dei torrenti, sconvolse le navi nel porto, strappò le ancore dal fondale, spinse i piroscafi uno contro l'altro, sfasciò numerose imbarcazioni. L'onda si ritirava, dopo avere portato lutti e rovine, e dopo un po' si ripresentava, leggermente meno alta e meno violenta, ma sempre terrificante. Dalla testimonianza di un messinese che si trovava su un traghetto: "Mi trovavo sul ferry-boat che collega Messina e Reggio. Erano le 5 e 20 del mattino. All'improvviso risuonò un forte boato, il livello del mare si abbassò, l'acqua si ritirò, tanto che il vascello toccò il fondo, dopodiché fu sollevato in alto a più di otto metri sopra il livello normale. Vidi dal ferry-boat come l'acqua irrompeva e allagava la stazione, i magazzini, il forte della Cittadella. Sulla città si sollevò una densa nebbia, come non si era mai vista, impenetrabile anche alle luci dei riflettori del traghetto”. Tre, quattro ondate di tsunami si susseguirono nello Stretto, andando da nord a sud. E occorre ricordare che tutto ciò si verificava nel buio più totale, e rendeva quei momenti ancora più catastrofici. Le banchine del porto di Messina scesero dagli originari due metri sopra il livello del mare a mezzo metro sotto.
I primi soccorsi del 28 dicembre. A Messina, si trovava ancorato nel porto l'incrociatore “Piemonte” e altre piccole unità della Regia Marina. I marinai sbarcarono dando così inizio alle prime opere di soccorso. Raccolte immediatamente oltre 400 persone, tra feriti e profughi, le stesse furono successivamente trasportate via mare a Milazzo. Non fu possibile ritrovare vivo il comandante della “Piemonte”, sceso a terra nella serata precedente per raggiungere la famiglia: era deceduto assieme ai suoi a causa dei crolli. A bordo dell’incrociatore, raggiunto da alcuni ufficiali dell’esercito sopravissuti al disastro ed in accordo con le autorità civili, furono assunti i primi provvedimenti per raccogliere ed inquadrare il personale disponibile, informare dell’accaduto il Governo e chiedere rinforzi. L’incarico fu attribuito al comandante di una torpediniera che lasciò subito il porto di Messina, malgrado le cattive condizioni del mare. La veloce nave militare uscì lentamente dal porto devastato, puntando inizialmente verso Villa San Giovanni, che apparve all'equipaggio come un ammasso di rovine. Come del resto appariva Messina, che in quelle prime ore del giorno si appalesò ai marinai della nave militare, avvolta nella coltre densa dei fumi degli incendi, con il mare tutto pieno di relitti, di carogne di animali, di corpi di vittime travolte dal maremoto; inoltre il tremendo spettacolo mostrava palazzi crollati, serie di cadaveri mutilati distesi accanto alle banchine, folla di donne e uomini, laceri e miserevoli. Da Villa S.Giovanni molte persone, con gesti e con urla, imploravano il soccorso. Ma il Comandante aveva la consegna di arrivare il prima possibile ad un porto in cui il terremoto avesse lasciato in piedi i pali del telegrafo. Occorreva per prima cosa avvertire il Governo nazionale. Con la morte nel cuore, il comandante ordinò di ignorare le richieste di aiuto e di proseguire. Scilla, Bagnara, Palmi: tutte in rovina, con sventurati che facevano dai moli dei porticcioli segni disperati per essere presi a bordo. Sulla nave militare i marinai lavoravano in silenzio, il viso solcato dalle lacrime. Uno di essi domandò: "Comandante, ma sarà così fino a Napoli?". Dopo la foce del Metauro i danni del sisma erano evidentemente minori, e ben presto, dopo cinquanta km. e cinque ore di navigazione dal luogo del disastro, si raggiunse Marina di Nicòtera. Il Comandante sbarcò, si guardò intorno, e vide che lì il terremoto non era arrivato ferocemente come più a sud. Il resto d'Italia viveva ancora! Subito si recò al telegrafo, che trovò collegato con il nord, ed inviò il primo telegramma. Il testo datogli a Messina era scarno e quasi riduttivo, anche se parlava di distruzione di buona parte di Messina. Ma si accennava ad alcune centinaia di morti, mentre erano decine di migliaia. Il testo terminava con "Urgono soccorsi per sgombri, vettovagliamento, assistenza feriti - ogni aiuto insufficiente". Questo dispaccio, partito verso le ore 14, arrivò a Roma, misteriosamente, solo alle 17,25. Forse c'erano altre interruzioni sulla linea, e si persero altre tre ore preziose. Poco più tardi arrivò un altro telegramma, molto più drammatico, spedito dall'ufficio di Gerace, paesino calabrese sulla costa ionica: "In seguito ad una violentissima scossa di terremoto la città di Reggio è stata quasi completamente distrutta. Vi sono parecchie migliaia di morti. La prefettura ed altri edifici sono crollati. Occorrono urgenti soccorsi, viveri, soldati e medicinali poichè la città nulla offre. Il telegrafo e la ferrovia non funzionano. Anche più centinaia di soldati sono morti e degli agenti della forza molti sono feriti e alcuni morti". Con l'angoscia nel cuore, il Presidente del Consiglio dei Ministri di allora, Giolitti e i suoi ministri si apprestarono a prendere le prime decisioni senza ancora sapere le reali conseguenze del terremoto. Giolitti incaricò il ministro dei lavori pubblici, Bertolini, di partire per Napoli, e lì di imbarcarsi in serata: destinazione Messina. Il capo del Governo voleva vederci chiaro; un ministro vedrà con i suoi occhi e riferirà la realtà, senza sminuire o ingrandire la sciagura. Intanto a Messina gli scampati, i feriti, i moribondi, i bambini rimasti soli, i vecchi attendevano nella mattinata di lunedì che arrivassero i primi soccorsi. Il compito era immane. Dissotterrare dalle macerie i poveretti intrappolati, che chiamavano e si lamentavano. Spostare le macerie per aprire vie di comunicazione in quell'inferno. Far cadere muri pericolanti, che spesso si abbattevano dopo una delle tante scosse di assestamento. Indirizzare i feriti, cominciando dai più gravi, verso il porto, dove si attendevano l'arrivo di navi. Curare anche sommariamente i feriti, legare con legni di fortuna le fratture, bloccare le emorragie, confortare, assistere amorevolmente. Ma non si vedeva nessuno. Come abbiamo visto, nel resto d'Italia nessuno sapeva niente di quel disastro, e Reggio e Messina giacevano nel dolore e nella rovina senza che alcuno arrivasse per portare aiuto. Solo da Catania e da qualche altro centro delle coste ioniche e tirreniche, dove le scosse avevano destato tanto allarme, arrivarono poche imbarcazioni. L'unica via era il mare, fortunatamente c'era il mare e le località terremotate erano sulla costa. Le strade erano quasi tutte interrotte, mentre la ferrovia Messina-Catania funzionava, dopo alcune riparazioni, e qualche treno arrancava lentamente verso lo Stretto. Invece la linea ferroviaria calabra, verso il nord, era interrotta da frane e crolli di ponti e gallerie. Così pure la Messina-Palermo. Verso le ore 16 arrivò nel porto di Catania il piroscafo Washington, con pochi superstiti e feriti raccolti nella mattinata davanti alla Palazzata. Subito il comandante si premurò di avvisare le autorità portuali e quelle cittadine della terribile tragedia che si era abbattuta sulla città vicina, e sicuramente anche sulla parte opposta dello Stretto.
Imbarco di feriti e superstiti
Altre due navi, il Montebello e l'Avvenire giunsero quando il sole era già calato, e pure loro portarono le accorate testimonianze delle rovine sulle coste dello Stretto. La notizia del sisma si diffuse in pochissimo tempo in città. Catania inviò subito a tutte le prefetture dell'isola la notizia allarmante. Si invitavano i sindaci a organizzare in fretta treni di soccorso, e raggiungere al più presto Messina. Dallo Stretto arrivò, alle 21, un treno, partito alle 9 dai binari di Messina, e che aveva viaggiato lentissimamente e prudentemente, mentre in alcuni punti della linea ferrata operai e tecnici cercavano di rendere i binari sicuri e stabili. Il convoglio era stracarico di persone, feriti, bambini senza genitori, scampati in preda al terrore, e desiderosi soltanto di allontanarsi il più possibile dalla città dell'orrore. Ma tutto si risolveva in questi aiuti minimi: tre navi semivuote e un treno barcollante. La maggior parte dei messinesi e dei reggini, e di tutte le minori località adagiate sulle rive dello Stretto, rimanevano in attesa spasmodica di aiuti organizzati, di numerosissime persone che provvedessero a riportare la situazione fuori dall'anarchia e la distruzione più completa. In mattinata era ricominciato a piovere, e il freddo di dicembre si faceva sentire su persone balzate dal letto, e scappate con gli indumenti leggeri di chi si corica. Poi la fame, la sete, la disperata ricerca di aiuto; capire cosa fosse esattamente successo, e fin dove. La distruzione quasi totale della città faceva infatti temere a più d'uno che il terremoto avesse colpito una regione vastissima dell'Italia meridionale, magari fino a Napoli, e così i soccorsi sarebbero tardati per giorni e giorni. Oggi abbiamo la radio, e potremmo sapere, anche in assenza di corrente elettrica, con le radioline a pila, le notizie che ci potrebbero rassicurare.
Il giorno dopo All’alba del 29 dicembre la rada di Messina cominciò ad affollarsi. Una squadra navale russa, proveniente da Augusta, raggiunse in poco tempo la città peloritana. Il comandante Ponomareff fece approntare i primi soccorsi prestando anche opera di ordine pubblico e facendo fucilare gli sciacalli, disperati sorpresi a frugare tra le macerie. Fra i detenuti sfuggiti alle carceri e alla morte vi erano anche gli stessi abitanti delle case crollate in cerca di qualche resto, i quali venivano passati per le armi dopo sommario processo presieduto da ufficiali che non parlavano italiano.
Marinai Russi all’opera nei soccorsi Dopo iniziarono ad arrivare le navi italiane che si ancorarono in terza fila. Messe in mare le scialuppe anche gli equipaggi italiani furono sbarcati ed impiegati secondo le esigenze del caso. Il Re, Vittorio Emanuele III e la Regina, Elena di Montenegro, arrivarono il 30 dicembre. Con una lancia a motore, accompagnati dai ministri Bertolini e Orlando, percorsero la costa per fare ritorno a bordo della nave. Data la gravità e le difficoltà della situazione, la Regina Elena, rimasta sulla corazzata contribuì con grande impegno alla cura degli infermi mentre il Re raggiunse la terraferma per portare alle truppe italiane e straniere, impegnate nelle difficili operazioni di prima assistenza, le proprie espressioni di elogio e riconoscenza.
Vittorio Emanuele III visita i feriti di Messina
Non ricostruire più Messina? Assicurate attraverso i dispositivi di legge le risorse finanziarie e giunti importanti aiuti da varie parti del mondo, furono analizzate le ipotesi di intervento per una riedificazione. Ad un primo suggerimento di demolire completamente quanto rimasto di Messina e costruirla in altra zona si ribellarono gli abitanti superstiti. Abbandonato il progetto fu iniziato lo sgombero delle macerie, la demolizione degli edifici inagibili, il ripristino dei servizi essenziali e delle case ancora in parte od in tutto abitabili. Istituite apposite commissioni fu rivisto il piano di urbanizzazione identificando criteri più idonei per le nuove edificazioni e richiedendo tra l’altro l’adozione di metodologie costruttive antisismiche. Per far fronte ai più immediati fabbisogni della popolazione si diede avvio alla costruzione di baracche di legno che sostituirono o si aggiunsero alle tendopoli. Sorsero, quindi, quartieri del tutto provvisori denominati americano, lombardo, svizzero, tedesco in segno di riconoscenza verso i Paesi che con i loro aiuti ne agevolarono la realizzazione.
Tra le vittime. La città accoglieva più di centocinquantamila abitanti; adesso era ricoperta da una nuvola di fumo e polvere, le sue rovine bruciavano, e tra esse, macabri scheletri, si ergevano gli enormi edifici del municipio e dell'albergo "Trinacria". Quasi tutti i palazzi, l'Università, la Posta, sono scomparsi; la stazione ferroviaria è distrutta fino alle fondamenta, e i ferrovieri e gli operai sono morti schiacciati. Dei quattrocento soldati in servizio doganale ne sono morti trecentocinquanta, e quasi tutti i fanti dell'83° e dell'80° reggimento sono rimasti sotto le macerie della caserma. I soldati dormivano, dopo qualche minuto avrebbero dovuto alzarsi. I sopravvissuti raccontano che la loro caserma dapprima si spaccò in due, quindi le due metà si riaccostarono con un terribile urto e si sbriciolarono seppellendo i militi. Sono morti tutti gli ufficiali, e le famiglie che vivevano con loro in caserma. Gaetano Salvemini, nota figura di storico e studioso di politica, era giovane professore all'Università di Messina. Abitava in affitto in un appartamento, con la moglie, la sorella e i cinque figlioli. Quella notte gli sposi si svegliano di soprassalto. Tutta la casa ondeggia paurosamente, e la moglie si lancia verso la vicina stanza, dove dormono i cinque piccoli figli della coppia. Il pavimento crolla, e trascina tutti i poveretti con sè, tranne Salvemini, il quale si era affacciato al vano della finestra, per osservare quello che avveniva fuori. Il muro portante tiene, lui non precipita subito nel baratro, anzi si aggrappa alle tende, mentre l'edificio si squassa sempre di più. Ad un tratto il reggitenda cede, e il professore precipita sulle macerie che nel frattempo si sono accumulate. Nonostante egli si trovi al quarto piano, atterra pochi metri più sotto, e le macerie attutiscono l'urto della caduta. Salvemini resta incolume, e puo' subito uscire all'aperto, disperato e annichilito dalla scomparsa dei suoi sei cari, più la giovane sorella. Il destino riserverà al noto studioso di poetica ancora quasi mezzo secolo di vita.
____________________________________ Fonti: Dipartimento Protezione Civile, Ist.Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Il terremoto e il maremoto del 28 dicembre, Roma 2008; Attanasio S., 28 dicembre 1908 ore 5, 21 Terremoto, Roma 1988; La Colla V., Il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 in www.globalgeografia.com; Grifasi A. , Almanacco Siciliano, in www.grifasi-sicilia.com
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